lunedì 22 aprile 2013

Il vino di Merola e il Morsano di Caraglio


Domenica prossima, dopo un rinvio ancorché sofferto ma intelligente a causa di
forte maltempo, si svolgerà, finalmente, l’attesa seconda edizione della
fortunata manifestazione “Caraglio è Caraglio: vetrina dell’ingegnosità, della
creatività, dell’operosità e accoglienza del nostro ridente paese sub alpino.
Tale manifestazione è nata, sostituisce oppure prosegue, a dir si voglia, la
decennale “ Festa del vin da stop (stup)”. Festa che originava nell’intento
propositivo della rivalorizzazione dell’antica tradizione popolare contadina,
ben radicata nel nostro territorio, della conservazione del vino, tramite l’
imbottigliamento, per quei momenti importanti della vita famigliare che
segnavano l’anno che scorreva.
Una consuetudine generata nell’arcaico tempo e che la lega al rito lunare,
unito alla sacralità e alla magia della Pasqua.
Ma l’obbiettivo prefissato dagli organizzatori non era solo questo. Lo scopo
era anche quello di far conoscere quanto era consolidata e importante, da
secoli, da millenni,l’eno-viticoltura nell’economia locale, con immense aree
coltivate a vite tali da creare un panorama molto diverso da adesso. Uno
scenario che ora si vede in pochi posti delle Langhe e dell’Astigiano,
caratterizzato da lunghi e rigogliosi filari che coprivano interamente la
collina del Castello e la pianura, sino alle sponde del torrente Grana.
Della presenza, a Caraglio, della vite e della sua coltivazione si hanno
cenni antichi. Il ritrovamento di fossili di semi e foglie di questa pianta,
la scoperta negli scavi archeologici di S.Lorenzo di Caraglio di un reperto
romano di terracotta raffigurante un tralcio e dell’uva. La notizia tramandata
dalle cronache di Cuneo di Dalmazzo Grasso (1484-1570) in cui si narra dell’
eccezionale raccolta di uve da parte di contadino caragliese. E così via fino a
qualche decennio fa dove il vino caragliese acquisisce il nome “Merola”. La denominazione
dell’unico luogo dove, come un residuo di un antico ghiacciaio, resistono,
con altre e rare solitarie realtà collinari, poche e ordinate vigne.
Un nome che evoca, nei caragliesi, una certa spigolosità e una spiccata
rudezza tipica dei vini d’alpe. Certamente difficile da domare, sia nella
vinificazione, nella conservazione, che nell’approccio.
Però questi vini sono ricchi in polifenoli e di revesterolo (note molecole
antiossidanti e cardiobenefiche) data l’ubicazione in altitudine dei loro impianti (più vicini al
sole), meno alcolici e più dissetanti.
Era nota l’abitudine, peculiare dei nostri luoghi, di aggiungere delle mele mature nella vinificazione delle uve, per aumentare il grado zuccherino e aromatizzare il mosto. Anche la
conservazione era particolare. Data l’irrequietezza e la poca stabilità del
vino durante il caldo periodo estivo le bottiglie venivano interrate (lasciando
solo il collo fuori), perfettamente sigillate con cera o ceralacca, in luoghi ombrosi e nascosti dell’orto o in cantina o in sabbia .
Se poi l’annata non era stata favorevole, era uso consumare tale vino
addolcendolo e insaporendolo con delle foglie di melissa.
Tuttavia il Merola, come detto, è un nome dato recentemente e identifica il
suo superstite territorio di coltivazione e non è un vitigno ma un
assemblaggio di diverse varietà d’uva. Il vero vino caragliese derivava da uno
specifico vitigno caragliese chiamato “Morsano di Caraglio” appartenente alla
famiglia dei nebbioli piemontesi. La notizia della sua esistenza l’ho appresa
consultando un’interessante, completa e voluminosa opera scritta e curata da Girolamo
Molon e intitolata: Ampelografia – descrizione delle migliori varietà di viti per uve da vino, uve da tavola, porta-innesti e produttori diretti, Volume 2, edito dalla Hopeli nel 1906.




Pubblicazione ora depositata presso la biblioteca internazionale "La Vigna" (Centro di Cultura e Civiltà Contadina) di Vicenza e visionata grazie alla disponibilità della prof.sa Alessandra
Balestra, curatrice della suddetta importante struttura. In tale opera si fa cenno di
questo vitigno tutto nostrano e che popolava i nostri antichi vigneti.
Una buona notizia che può regalare ottime prospettive per il nostro paese.
La ricerca continua, si sta recuperando del materiale da antiche vigne locali
grazie alla preziosa disponibilità dei proprietari e, nel contempo, per
ricordare ai prossimi ho in progetto,nelle mie possibilità e se trovo collaborazione, l’elaborazione di una pubblicazione che raccolga le testimonianze dei nostri reduci e coraggiosi viticoltori, ormai solitarie sentinelle di una grande tradizione.
Saranno gli ultimi? Io credo, io spero di no.

Lucio Alciati



Il Marrone di Caraglio ritrovato.



Le castagne a Caraglio, come in tutte le altre valli e luoghi circostanti, hanno avuto un ruolo fondamentale nella passata economia e, in molti casi, nella sopravvivenza famigliare.

Su di loro sono nate ricette, aneddoti,mercati e manifestazioni, narrazioni e proverbi che hanno tipicizzato i luoghi della sua coltura.

Ad esempio, nel caragliese, uno di questi proverbi diceva che A San Lorens la castagna dovesi grosa coma na grana ‘d frument” (A S.Lorenzo -10 agosto-la castagna doveva essere grande come un seme di grano) a significare che, se era così, l’annata scorreva favorevole e nel giusto ritmo naturale.

Oppure le vecchie ricette, semplici, di come cucinare le castagne.

Bollite, fresche, in acqua bollente un poco salata, pelate o con la buccia(barote), arrostite (mondai) lasciandole covare, avvolte in una coperta e consumate, dopo la cena, specialmente nella serata dedicata alla recitazione del rosario, coi parenti, per i propri defunti nell’appuntamento annuale a loro dedicato ( 2 novembre) In tale occasione era tradizione lasciare, per la notte seguente, sul tavolo della cucina un poco di “mondai” e un bicchiere di vino novello locale chiamato “Merola” perché proveniente dalle vigne locali (Merola era , ed è ancora adesso, il luogo di coltivazione di queste viti)per i morti che ritornavano in visita dall’aldilà. Curiosa era la creazione di rosari usando le castagne. E, ancora lessate (quelle essiccate nei secou-seccatoi per il consumo invernale), chiamate “bianche”, nella “bronza” (paiolo di bronzo)sempre in acqua, poi scolate e stufate nella stessa bronza, coperte da pezzi di giornale cosicché assumevano una crosta superficiale croccante. Venivano poi gustate accompagnate da un mestolo di latte freddo con poco sale. Una ricetta tipica della sua valle (la Valle Grana) erano le “liguéttes” ovvero le medesime castagne secche bianche cotte con poca acqua, per ore, sulla stufa fino ad assumere una consistenza morbida. Si mangiava pure il brodo di cottura e si diceva che il gusto pareva cioccolata.

Anche il mercato serale (quello caragliese è uno dei più antichi ed importante del cuneese) era ed è, attualmente in minor misura,economicamente e socialmente utile per gli scambi cultural-colturali che si manifestano in tale occasione. Esistono mercuriali locali,della prima metà dell’ottocento, in cui vengono quotate le castagne “ in emine” (antica misura).

E le feste conosciute come “castagnate” le quali coinvolgono molte persone, nel periodo autunnale. A Caraglio è tradizione, da molto tempo, festeggiare la castagna arrostendola in piazza la terza settimana d’ottobre per distribuirla poi ai numerosi avventori, tra il fumo acre del fuoco di cottura. Alcuni anni fa, nell’ambito di tale festa, si esponeva una mostra di antiche varietà di castagne e di prodotti da lei derivati. Si era iniziata la rivalorizzazione e promozione della castagna Siria, tipica di Caraglio e della Valle Grana, ottima come caldarrosta , squisita essiccata: integra o in farina per dolci e pani speciali. Attualmente, tale festa è legata all’appuntamento autunnale della manifestazione “di Filo in Lana”, dedicata alla lana e ai suoi tessuti.

Tuttavia il castagno non donava solo le provvidenziali castagne. Infatti il suo legno era usato per la fabbricazione delle ceste-cestini-sabaco (cesta da spalla) utilizzando i ricacci (le scobie), cotti nel forno, pelati e tagliati a listarelle. Il valore calorico di questa legna era modesto a causa dell’eccessivo contenuto di tannino per cui era indispensabile il taglio, lo spacco dei ceppi e dei tronchi e la loro esposizione alla pioggia,per diverso tempo, affinché questa spurgasse l’abbondante acido. Ma il tannino si dimostrava utile nella preservazione dei pali e le attrezzature contadine, fabbricati con quel legno, dai marciumi e dall’usura.

Come i tini, le botti, i mastelli, i mobili, le travi, le bigonce, le mangiatoie per i bovini, ecc. Infine, quel tannino, era una anche una risorsa economica in quanto il legno di castagno (specialmente quello selvatico) veniva venduto alle officine di estrazione di tale principio per l’industria chimica.

Le varietà di castagno da frutto coltivate, in antichità e ancora ora (esistono esemplari di 500 anni di età) nel territorio caragliese, in particolar modo sulle colline delle frazioni di Paniale, di Bottonasco, del Castello, di Paschera S.Carlo e, specialmente, nella conosciuta e vocata Vallera, erano:

le Tempurive,le Cervaschine (una variante delle Tempurive), le Rubiere, le Sirie (per la produzione della castagna secca e bianca), i Gentili, i Garroni rossi e neri, le Brunette, le Rossette, le Pajasse (un’antichissima varietà con pochissimi esemplari viventi), le pelose (ottime bollite) oltre a quelle di recente impianto (Bracalle).

Tuttavia pochi, anzi pochissimi, oggi, sono a conoscenza che nei boschi della Vallera di Caraglio veniva coltivato e, spero viva ancora, un ottimo marrone locale: il delizioso Marrone di Caraglio.

La sua storia è affascinante per le qualità eccezionali che gli erano riconosciute e per l’importanza internazionale che ha avuto non più di un secolo fa. Ma, nel contempo, triste e sfortunata per le storture e confusioni linguistiche che lo hanno relegato nel limbo dei dimenticati, nella notte senza luce.

La ricerca è stata, ed è tutt’ora appassionante, come la lettura di un libro che racconta di un vanto, di un’eccellenza perduta e piacevolmente ritrovata. Come recita il motto del casato che porta il mio cognome: “le tort ne dure” – il torto non dura. Una ricerca che, spero, porti alla sua riscoperta con l’identificazione di un qualche testimone ancora vivente in questi magnifici boschi. La storia, quindi,continua.

Essa inizia quando, grazie alla segnalazione di un amico (Aurelio Pellegrino) che mi informò di una pubblicazione del 1917, riedita nel 1934, intitolata: “Les plantes alimentaire chez tous les peuples et a travers le age” scritta da Désiré Bois su cui veniva citato: Le Marron de Vallere de Caroglio, d’Italie” descrivendolo in tal modo: “ est aussi un fruit de grandes dimensiones, excellent pour le table et pour l’industrie; sa chair est ferme e trés sucrée”.

E’ evidente storpiatura linguistica del nome di provenienza del marrone.A parte la stretta assonanza si citano le Vallere, luogo specifico di Caraglio. Inoltre la località Caroglio pare, da una ricerca internet, non esista sul territorio italiano.

Continuando l’indagine ho appreso, dalla pubblicazione “Tra i castagni del cuneese” redatta ad opera del prof. Giancarlo Bounous con la collaborazione di Anna De Guarda Bounous, edita da Metafore di Cuneo, che nell’opera di Figiani del 1919 l’autore cita un Marrone di Garoglio descrivendolo “frutto brillante, bruno rosso chiaro a raggi regolari e ben netti; punta piccola e poco pelosa; stilo corto, cicatrice media a contorno irregolare, buccia di medio spessore, spesso con crepature orizzontali; pellicola sottile; polpa dura, molto zuccherina”. Una descrizione che ricalca quella espressa dal Désiré Bois e dal nome simile ma ancora ulteriormente storpiato (la G invece della C) che riporta al nome di Caraglio anche perché la località citata in quel modo pare che esista neppure sul territorio cuneese (neanche italiano).

Ma, finalmente, la prova provata che il marrone citato dalle suddette pubblicazioni si riferiva al dolce Marrone di Caraglio viene dalla scoperta del catalogo della esposizione e congresso intitolato ; “Châtaigne et châtaignier, exposition, congrés, di Limoges”avvenuta il 29-30-31 ottobre-1-2 novembre 1910, edito dalla Société Gay Lussac, dove viene citata, in modo corretto, la provenienza caragliese dell’eccellente marrone suddetto, descrivendolo in tal modo “ Chair ferme et tré sucrée, Bogne ayant parfois jusqu’à trois fruits de premiere grosseur: Arbré cultivé à Caraglio, province de Cuneo. Le maron est une sous –varieté de Sardonne trés appreciée des confiseurs et des gourmets – Italie.” Dove, anche qua la descrizione e perfettamente simile alle già succitate.

Da quell’esposizione di Limoges il nome di Caraglio venne storpiato in Caroglio e successivamente in Garoglio, relegando in tal modo,ingiustamente, quel ricercatissimo marrone, nell’orfanotrofio dell’eccellenze maldestramente perse per errore umano.

Lucio Alciati


mercoledì 27 febbraio 2013

Cipolla di Costigliole di Saluzzo


Luna vecchia di febbraio, luna buona per le semine di piselli, scalogno, cipolle, aglio rosa e sopratutto delle cipolle. Specialmente della cipolla piatta di Costigliole, probabile sorella della conosciuta Piatlina di Andezeno ma forse, a parer mio, ancor più buona e delicata. Bionda come il sole era diffusissima negli orti delle nostre nonne. Di lunga conservazione, dall'aroma dolce, affascinate e coinvolgente indicava una cucina dal sapore tradizionale. Mi ricordo che il suo profumo, che prometteva sapore intenso e stuzzicante, aleggiava nella cucina fino ad invadere, in modo seducente, la strada adiacente, cogliendo e attraendo golosamente il passante. Gusti antichi, pieni, introvabili, che rimandano la memoria a un tempo fatto di cose buone e genuine.

Io ho la fortuna di sentire ancora questa fragranza, quando mia moglie la soffrigge per un buon sugo o un ottimo risotto, perchè la coltivo grazie al recupero della sua storica semente.

Infatti la bionda di Costigliole non è più comune come una volta. Si può trovare, ma raramente, da anziani e gelosi produttori di Busca o di, appunto, Costigliole.

Trovo strano che questi comuni e specialmente Costigliole, sua patria natia, non la valorizzino come meriterebbe ma la relegano al ricordo sfocato.

Perfino un vecchio detto, che così dice:“ Costiòle 'l pais del siole e del fie mòle” - Costigliole il paese delle cipolle e delle ragazze molli, la lega a quella terra e a tutta la piana pedemontana delle valli Varaita, Maira e Grana.

Ora Caraglio vuole adottarla ed è ritornata, come un tempo, in qualche suo orto e, se la stagione sarà buona, al mercato contadino locale.

Comunque sia ricordatevi che la cipolla , qualsiasi a giorno lungo e cioè di maturazione estiva, deve essere seminata nella luna buona di febbraio.

Lucio Alciati

venerdì 8 febbraio 2013

Il Tartufo nero

Venerdì 01 febbraio, alle 20.00 del crepuscolo, nell’affascinante atmosfera del Filatoio di Caraglio, si è svolta  una mitica”sei mani” dei migliori cuochi della Valle Grana che hanno proposto, esaltato, esternato, interpretato la particolare grazia del nostro Tartufo nero.

Una sapore che dona delicatezza e sensazioni, che sa di caldi boschi e di fresca alba. Che, a differenza del tartufo bianco, deve esser ricercato, svelato e goduto come un eccitante premio per i nostri sensi cacciatori.

Il tartufo nero della Valle Grana non è un aroma che da effluvi quasi invadenti e così facilmente imitabili artificialmente. Il tartufo nero è un ingrediente che tiene gelosamente

in se, come in uno scrigno, la sua virtù per poi esprimersi al meglio, con la sua particolare unicità, nella giusta collocazione culinaria.

Bisogna usarlo sapientemente, con grande semplicità, e non solo aggiungerlo e trattarlo da semplice ospite, ma coinvolgerlo in cucina.

Solo così, in un lampo di calore tra cielo e terra, darà il meglio di se stesso. Un gusto lieve ma ineguagliabile.


Matteo del Ristorante da Elisa, Lele della Trattoria il Castello e Poldo del Ristorante il Portichetto, in quella serata magica, hanno condotto i simpatici commensali  tra i segreti di questo particolare e misterioso fungo sotterraneo dal carattere selvatico e timido.


Si dice che il tartufo nero sia il cibo preferito dei piccoli sarvan e che il carattere sia uguale. Io non lo so ma se così fosse la cosa non mi stupirebbe.


Il resto, che dire?

Provare per credere.


Lucio Alciati

Barbarià: antica coltivazione della Valle Grana

La scorsa estate, presso un terreno dell’azienda agro didattica e biologica Cascina Zumaglia sito in via Due Bealere, nel comune di Caraglio, si è svolta la mieti trebbiatura del Barbarià. L’appezzamento in questione è stato coltivato dalla Fattoria dell’aglio nell’ambito del progetto bio sostenibile e agro tradizionale della rotazione temporale necessaria per la produzione dell’aglio di Caraglio. Come è ormai risaputo la coltivazione del nostro aromatico e gentile bulbo richiede una turnazione minima quadriennale: cioè il terreno che lo ha ospitato, per i quattro anni successivi, dovrà essere impiegato per altre coltivazioni o lasciato a riposo, pena la sua buona riuscita quali-quantitava.

Il progetto, messo in atto con la collaborazione del Consorzio di tutela, prevede, per l’appunto, l’impiego e la rievocazione, in questa rotazione, di antiche coltivazioni tradizionali, un tempo presenti nei nostri areali e ora purtroppo cadute, con i loro sapori, nell’oblio del ricordo.

Una di queste è proprio il Barbarià.

Il Barbarià, appellativo che deriva probabilmente da imbarbarito – imbastardito, era un’antica tecnica che prevedeva la semina autunnale di una miscela composta da semi di grano (60%) e segale (40%). La sua coltivazione, nel 1800, era così importante da essere citata nei mercuriali locali,come “barbariato”, ed era soggetta a tassazione e controllo annonario alla stregua degli altri cereali. Non è quindi, come credono in molti, la semplice mistura delle due farine attuata all’atto dell’impasto nel panificio o laboratorio di pasticceria (la farina di barbarià è ottima nella produzione dei biscotti) dove i gusti vengono amalgamati artificialmente, ma in campo dove gli aromi e le particolari caratteristiche scaturiscono anche dalla naturale impollinazione incrociata delle due razze. Si trattava, allora, di un metodo che consentiva alla popolazione montana e pedemontana di ottenere una farina da pane più digeribile di quella che veniva prodotta con la sola segale. Infatti, specialmente negli anni del 18.mo e 19.mo secolo, a causa delle temperature rigide che caratterizzavano quell’epoca (piccola glaciazione), la coltivazione del grano risultava difficile e non tutte le annate erano propizie. L’unico cereale resistente e che dava raccolti stabili a quelle condizioni era la segale: ma produceva un pane nero e abbastanza indigesto.

Tuttavia la necessità aguzza l’ingegno e i nostri bravi antenati cominciarono a seminare un misto di grano e segale cosicché, se l’annata correva favorevole, alla fine ottenevano una farina particolare, buona e sostanziosa, se, invece, l’annata risultava difficoltosa e comprometteva lo sviluppo del grano (come detto più sensibile alle avversità climatiche) raccoglievano comunque la segale,utile per la loro sopravivenza.

Nella prova sperimentale, condotta dalla nota Fattoria dell’aglio e dal Consorzio di Tutela, che ha visto la semina sul suddetto terreno (circa una giornata di terreno) di una miscela di semi di grano biodinamico dell’antica varietà Gold Corn e di Segale proveniente dall’Austria, si è constatato un ottimo decorso del ciclo vegetativo (spettacolare l’altezza raggiunta dalle piante), una importante resa (14 ql.) considerando la produttività di queste vecchie varietà e la tecnica di coltivazione biologica e, specialmente, un’ottima qualità del prodotto raccolto. Ora non ci resta che assaporarla, specialmente nella pasticceria secca.


www.fattoriadellaglio.itLucio Alciati

Progetto Mireio

Nell’inverno 2009, durante una visita di lavoro presso l’azienda agricola
della
nota insegnante Anna Arneodo di bta marchion della frazione S.Lucia di
Monterosso Grana, sono venuto a conoscenza di una mela prodotta da un
piccolo
ma antico melo che vive in un prato lì vicino, a circa 1200 m.s.l.m.(un’
altitudine comunque notevole anche per la vegetazione dei meli)
Il frutto, di colore giallo e dalle sfumature rosse si presentava ancora
turgido e teso benché la stagione invernale fosse già avanzata. Il gusto era
profumato e dolce, la polpa bianca e croccante.
La primavera successiva mi sono recato nuovamente da Anna Arneodo per
prelevare, da quel piccolo melo, delle marze da innestare. Cosa che ho
potuto
fare grazie alla sua gentile concessione. La pianta madre, a prima vista, pare
non
sia stata innestata.

In quel frangente mi è venuta l’idea, nel caso che questa mela risultasse
una
varietà sconosciuta, di chiamarla Mireio (come sai Mirella in lingua occitano-
provenzale) in
onore a Frederi Mistral, grande poeta provenzale, visto che la pianta madre
vive in questo territorio dell’area occitano provenzale.
Poi, nel corso di un tour nel Trentino e nell’alto Adige, vedendo l’
organizzazione frutticola e agricola di quei luoghi e il suo notevole
sviluppo
sia economico che turistico, ho capito che tale evoluzione era dovuta si
alla
capacità tecnica degli agricoltori ma soprattutto dalla promozione legata ai
famosi marchi che identificano il prodotto (Melinda, Marlene) . Non nomi
tecnici che rispecchiano le caratteristiche del frutto (gialla, rossa) o le
cultivar (golden, stark ecc) ma nomi che catturano l’attenzione, particolari,
simpatici e capaci di creare popolarità .
Allora mi sono chiesto se ciò sarebbe fattibile anche da noi. Io credo di si
e
forse con dei valori aggiunti in più se adottassimo un nome legato alla
nostra
lingua e alle nostre tradizioni come può essere appunto Mireio, come marchio
promozionale per la squisita mela coltivata nelle valli Grana e Maira,
Infatti questo nome non solo identifica il frutto con il territorio di
coltura
ma trasmette importanti segnali che rimandano alla cultura locale come la
tradizione linguistica, geografica e storica delle nostre valli. Un forte
legame di grande impatto promozionale economico e , specialmente, turistico
come è successo per le mele trentine.
Naturalmente l’adozione del nome dovrebbe avvenire a seguito della creazione
di un consorzio o di un’associazione di tutela dove verrebbero coinvolti i
produttori, i commercianti e gli enti territoriali. Un organismo di sola
attività promozionale e di valorizzazione, che non si occupi direttamente di
commercializzazione la quale è di libera iniziativa dei produttori. Tuttavia
quella commercializzazione dovrebbe adottare il marchio e divulgarlo con il
proprio
prodotto (bollini, depliant, etichette) per raggiungere i fini preposti
(ricercatezza del prodotto e quindi economici per il produttore e promozionali
per il territorio e la comunità).
D’altro canto l’organismo di tutela coordinerà la promozione con interventi
di
diffusione mediatica, congressuale, di informazione e di raccordo con enti
pubblici e privati con lo scopo di rendere popolare il frutto e la sua terra d’
elezione.
Disponiamo di importanti vantaggi: l’ottima qualità delle mele coltivate, le
valli fortunatamente incontaminate, le montagne e un forte legame con le
tradizioni e le tipicità della nostra valli.
Tentar non nuoce, anzi. Mal che vada si è almeno cercato di fare qualcosa di
utile.


Il Progetto:
a) riunione informativa con gli interessati ed illustrazione del progetto
b) costituzione di un consorzio o associazione di promozione e
valorizzazione
delle mele coltivate nelle Valli Grana e Maira. (di cultivar moderne e
antiche)
che coinvolga produttori, commercianti e enti locali pubblici e privati.
c) Adozione del marchio identificativo
d) Elaborazione di un semplice disciplinare in cui vengano dettate delle
fondamentali regole (territorio di coltivazione e uso del marchio solo su
mele
prodotte nell’ambito territoriale prescritto)
e) Promozione:
1) mediatica (carta stampata,sito internet ecc.)
2) espositiva (partecipazione a manifestazioni tematiche ecc)
3) materiale pubblicitario (depliant)
4) identificazione prodotto (bollini su mele, etichette, ecc)
5) creatività
Sarebbe importante l’appoggio e se possibile, la regia, della Comunità
Montana per ciò che rappresenta ( trasmette fiducia, unità di territorio,il
fascino della montagna e della cultura della gente di montagna – è un punto
di
riferimento ).



Lucio Alciati

La pera Madernassa della Valle Grana

E’ abbastanza frequente leggere, sentire,vedere su giornali e riviste, nel
web e
nei ricettari, notizie ed immagini riguardanti la pera Madernassa.
Ne sono descritte le qualità, il gusto, le ricette, il territorio e la sua
storia.
Tuttavia non si riferiscono alla pera Madernassa in generale ma alla pera
Madernassa
del Roero, di Guarene d’Alba. E questa differenza traspare anche nel prezzo.
Infatti nei luoghi suddetti si spuntano quotazioni di mercato ben superiori a
quelli ottenuti per la Madernassa coltivata nella nostra Valle. Quindi è
facile
dedurre che tale frutto non deve ancora essere considerato “finito” e
relegato
nel limbo delle produzioni destinate all’inesorabile estinzione ma deve
essere
qualificato,ovvero promosso per le sue peculiarità.
Alcuni operatori del settore giustificano il maggior prezzo a causa delle
diverse caratteristiche morfologiche del frutto e, nello specifico,della
“rugginosità” della buccia. Un aspetto gradito al consumatore. Questa stessa
varietà (perché si parla di stessa varietà) in Valle Grana, per le
condizioni
pedoclimatiche diverse, assume invece una colorazione fresca, verde con
simpatiche sfaccettature rosse. Probabilmente quest’aspetto induce allo
stesso acquirente una sensazione di durezza, freddezza e difficoltà nella
cottura. Sappiamo che non è così ma questa verità non è conosciuta e sarebbe
compito di chi abita e coltiva in Valle Grana riuscire a comunicarla al
consumatore, informandolo delle ottime specificità date da un territorio, com’è
il nostro, montano e ancora incontaminato.
A parte le voci di settore (che devono esser sempre prese per quelle che
sono)
le quali raccontano di tecniche che favoriscono la comparsa della ricercata
rugginosità sulla buccia di queste pere tramite l’uso frequente di
trattamenti
“irritanti” con zolfo o verderame, credo che sia invece proprio la promozione
il
punto di forza del successo della Madernassa di Guarene.
Infatti è intensamente rappresentata e sostenuta dall’amministrazione comunale
e dalle
associazioni locali , con ottimi risultati, nella
tutela e soprattutto nella valorizzazione.
Optima Roero, Slow food , manifestazioni a tema e,
soprattutto informazione, cucina, territorio e tradizione: queste sono
state,
sono e saranno sempre di più le loro carte vincenti.
Ma,poi, chi ha detto che quella pera Madernassa è migliore? I mezzi di
informazione, i cuochi e la gente del luogo.
Allora perché i Valgranesi, gente vivace ed intraprendente nel settore dell’
agricoltura di qualità, non creano un gruppo di persone, un’associazione che
sostenga questa coltura tradizionale e che sappia far conoscere, attraverso
i
mezzi sopradetti e ad un pubblico sempre più vasto le speciali peculiarità di
questa
nostra produzione locale?
Una produzione che ha dato tanto alla nostra Valle e che può ancora dare
molto. Un frutto che ha ispirato numerose semplici ricette come, ad esempio,
quella buona, facile e salutare che sapeva la mia nonna materna.
Prima di preparare le micche e le micóle di pane metteva da parte un poco di
pasta .Con questa pasta formava dei salamini o cordoncini ( un po’ come si
fa
per gli gnocchi). Prendeva le pere Madernassa dell’albero vicino a casa e ne
avvolgeva ognuna con uno dei
salamini suddetti. Fatto ciò venivano zuccherate e infornate con il pane.
Diventava una semplice, sostanziosa e gustosa merenda per i bambini.
Lucio Alciati