Questa è la storia del Tomino di Caraglio .
Ho vissuto la prima infanzia, negli anni ’60 inizio ’70, in uno storico bar di Caraglio.
Anzi, in origine, era una trattoria chiamata Croce Bianca, poi in quegli anni, per la locazione un poco affossata di una sua saletta, molto frequentata dalla gioventù caragliese, venne dagli stessi soprannominata bar “La Tampa” (la fossa). Denominazione che mantiene tutt’oggi un pimpante locale vicino.
La sala superiore, a livello stradale, era invece frequentata, per la maggior parte, da uomini già un pochino più maturi, accompagnati dall’inseparabile quartino
Negli anni ’60, a Caraglio, vita scorreva con i suoi ritmi lenti, il mercato era molto florido perché la valle era ancora ben popolata: la contrattazione delle castagne avveniva sotto il pelerin e il mercato della verdura (fagioli e peperoni) si svolgeva nella piazza S.Paolo, dove vi era anche la vivace la Società Operaia .
Questa memorabile Società era luogo di svago per una buona parte di paesani: lì si poteva mangiare, bere, giocare a carte o a bocce, discutere dei fatti e misfatti e della politica, specialmente, locale.
In quegli già documentati anni, proprio in questo locale ma anche presso il nostro bar, un simpatico e arguto avventore caragliese di nome Edoardo “Nardo” (e non è un nome inventato) narrava ed esaltava le qualità e la peculiare bontà di un tomino da lui prodotto tutte le mattine, per colazione.
La procedura di produzione, semplice ma rigorosa tanto che potrebbe benissimo essere considerata un vero disciplinare, esaltava il gusto del latte rendendolo particolarmente amabile.
Le sue origini non sono note e, per quel che so, non ha eguali in altre zone.
E’ simile al Reblec valdostano ma con criteri di realizzazione singolari , per tempi e tecnica.
E questi modi ne fanno buona differenza per sapore e consistenza.
In quel periodo in molti, specialmente massaie, producevano quel tipo di tomino, anche sotto forma di piccole tome.
Poi le piccole stalle paesane, dove era possibile comprare direttamente anche solo pochi litri di fresco latte, scomparvero e con essi scomparve anche l’abitudine di fare quei tomini o la toma casalinga.
Ma la ricerca, certe volte la casualità e specialmente l’affiorare spontaneo del ricordo nella mente degli ormai pochi veterani nella narrazione della loro vita passata, porta sempre i suoi frutti.
E così è anche stato per il tomino di Caraglio.
Ora, in occasione della nota fiera tipica di Aj a Caraj del 18 novembre , grazie alla disponibilità di Marco Odetti, bravo e preciso casaro, titolare dell’Azienda Agricola “ il sogno” di Borgo S.Giuseppe di Cuneo, sono stati proposti i suddetti Tomini fatti con la storica ricetta caragliese di Edoardo (Nardo).
Giudicate voi.
LAlciati
venerdì 28 dicembre 2018
giovedì 2 aprile 2015
WORKSHOP SULLA PATATA IN VALLE GRANA: INCONTRO FORMATIVO
L’associazione di tutela, valorizzazione e promozione dell’antica Patata Piatlina e della Patata Ciarda delle Valli Occitane organizza, il 07.04.2015 (ore 20.30), presso l’Agriturismo La Braida in Via Levata a Monterosso Grana, un incontro formativo sul tema della pataticoltura di qualità come possibile fonte di reddito per le piccole e medie aziende familiari montane e pedemontane, nel rispetto delle tradizioni e dell’ambiente.
Il conosciuto ed esperto agronomo Ezio Giraudo illustrerà l’esempio virtuoso del Consorzio della patata Bianca di Esino, una vallata della provincia di Lecco in Lombardia. che ha tecnicamente seguito fin dalla nascita.
La partecipazione è libera a tutti: agricoltori, tecnici,ristoratori,cultori del buono, addetti al commercio e appassionati della terra.
lunedì 16 marzo 2015
PRESENTAZIONE PUBBLICA DEL CONSORZIO di PROMOZIONE, TUTELA e VALORIZZAZIONE del Söfran Zafferano di Caraglio e della Valle Grana
|
|
PRESENTAZIONE
PUBBLICA DEL
CONSORZIO di PROMOZIONE, TUTELA e VALORIZZAZIONE
del
Söfran
Zafferano di
Caraglio e della Valle Grana
Venerdì 27
marzo 2015
ore 21
Presso la Sala Riunioni del Comune di
Caraglio
(entrata cortile interno – lato Cinema
Ferrini)
Per informazioni:
345.93.33.591
|
domenica 7 settembre 2014
CASTELMAGNO FEST: L’ASSOCIAZIONE PER LA PROMOZIONE, VALORIZZAZIONE, TUTELA DELLA PATATA PIATLINA E CIARDA DELLE VALLI OCCITANI, C’E’.
L’associazione per la promozione,
valorizzazione, tutela della patata Piatlina e Ciarda delle Valli Occitane, che
ha sede a Monterosso Grana, parteciperà con orgoglio all’importante
manifestazione Castelmagno Fest che si terrà il 13-14 settembre prossimo.
Sarà presente come stand e, innanzitutto,
avrà la gentile collaborazione dell’attivissima
Associazione Albergatori e Ristoratori della Valle Grana i quali proporranno, nei menù previsti per l’evento
suddetto, i gnocchi prodotti con la tradizionale patata Ciarda (rossa)
coltivata in Valle, naturalmente conditi con l'ottimo nostro Castelmagno. Una
collaborazione molto importante per la valorizzazione, la promozione e lo
sviluppo della pataticoltura tradizionale e di qualità delle nostri valli d’Oc.
lunedì 31 marzo 2014
VALLE GRANA: VALLE DEL GRANO
L’etimo, il
significato del suo nome, ha probabili origini medioevali allor quando i monaci
benedettini stanziati nell’antico priorato di S.Maria della Valle, nel riportare il credo
cristiano dopo le terribili scorribande saracene, iniziarono una importante
bonifica del territorio circostante, divenuto, per l’abbandono, fitta
roncaglia.
Le terre
diedero soddisfazione nella produzione di superbo grano, tanto da proferirgli
l’importante nome. Quel grano non inteso
solo come frumento, in quel periodo di primaria importanza, ma anche di segale,
avena,orzo, spelta,miglio,farro, sorgo. Cioè di granaglie.
Immaginate
una biondeggiante distesa, un manto dorato che copriva l’intero territorio come
un luminoso mare baciato da un caldo sole.
La bassa e
media valle, da Caraglio fin verso
Monterosso, tranne la zona Palazzasso e le Paschere, perché le prima coperta da
una fitta foresta che si estendeva sino a Busca e le seconde sedi di pascoli e
gerbidi, divenne un vero e proprio granaio che, probabilmente, forniva, per mezzo dei suoi numerosi molini,
le ricercatissime farine all’intero Marchesato .
Farine che
dovevano essere di ottima qualità, adatte
per profumati pani e per sostanziose polente.
Già perché
il termine polenta nasce molto prima dell’arrivo del mais nelle nostre zone. Si
produceva con il miglio,il sorgo, l’orzo o tutti i cereali misti fra di loro.
Ma qual’erano
le varietà coltivate?
Il miglio, il
sorgo, la segale, l’orzo, l’avena, lo spelta non erano identificati con nomi
precisi, forse perché reputati cereali minori di qualità.
Al contrario
i frumenti antichi erano già catalogati con dei nomi che li
contraddistinguevano e venivano dati, prevalentemente, in ragione delle loro
caratteristiche fisiche (rosso,bianco, grosso ecc).
E in Valle
Grana?
Nella nostra
valle abbiamo la fortuna di riscontrare antiche pitture, come fotografie del passato, che
ritraggono, anche se poco nitidamente, questi cereali.
E’ il caso
dell’antico stemma del comune di Valgrana, peraltro chiamato così in quanto
fulcro e capitale di questa vallata, dipinto sulla facciata della bellissima
cappella di S.Bernardo, sita lungo la via che va a Montemale.
E’ il più
antico, che io sappia, riferimento e prova di un florido passato cerealicolo
della nostra piccola valle dove già la sua conformazione, incredibilmente,
ricorda la spiga.
Ebbene
questa immagine che ci giunge dal lontano
1400 raffigura tre spighe riunite che, guardando bene, potrebbero indicare tre diverse granaglie,
allora coltivate. A sinistra si può
scorgere una spiga con tracce di reste,
tipiche della segale o di tutti i cereali restati al centro campeggia una spiga
a ferro di lancia che, anche per i colori, ricorda il sorgo, a destra spicca una spiga
senza reste, peculiarità di un tipo di
grano ampiamente coltivato nel medioevo chiamato calbigio (calvo). Quindi
questo, presumibilmente, era il frumento
coltivato in antichità nella Valle Grana, comunque molto diffuso, in
quell’epoca, in tutt’Italia.
In Lombardia
lo chiamavano Tosello, in Toscana Calvello, nel sud Carusello e in Piemonte
Bertone, proprio per l’assenza delle reste o peli sulla spiga.
Era di
taglia eretta e robusta e produceva
un’ottima farina, bianchissima e povera di glutine.
Si estinse
dai nostri luoghi forse a causa del
repentino abbassamento delle temperature, causato dalla storica piccola era
glaciale che, in passato, investi l’Europa
e culminò nelle formidabili e memorabili
gelate del periodo 1700-1850.
Infatti, in
quel periodo, in valle Grana, si
sviluppò enormemente la coltivazione della segale a scapito di altri cereali,
perché più resistente al freddo. In alcuni casi veniva mischiato al frumento invernale, sperando in
annate più miti affinché si potesse
ottenere una farina, chiamata Barbariato, (imbastardito), per pani più
digeribili.
Tuttavia
queste tecniche, assieme all’affannoso mescolamento con altre varietà restate, provocarono una rapida degenerazione del Calbigia.
Esso acquisiva le reste e perdeva
vigoria e qualità, per cui si perse nel calderone varietale fino ad
estinguersi.
Ma non del
tutto. Infatti dopo alcune fortunate
ricerche sono venuto a conoscenza che tale grano tenero è ancora
coltivato, in produzioni ridottissime, in un’enclave della Basilicata.
E’ molto
facile che tale frumento sia sopravvissuto in quelle zone perché esse non
subirono i lunghi e gelidi inverni che avevano flagellato e condizionato
l’agricoltura del Nord e Centro Italia.
Ancor di più
il destino ha voluto che proprio nel corso delle mie ricerche, l’amico Domenico
Lofrano, mio vicino di casa e originario di quelle terre, si trovasse la e, non senza fatica, riuscisse
a trovare il seme del calbigia perduto, riportandolo nella nostra Valle.
Verrà
seminato in autunno e, il prossimo anno, se Dio vorrà, potremo verificare se la
sua proverbiale qualità sarà mantenuta anche dalle nostre terre.
Infine una
curiosità collegata all’antica tradizione cerealicola e panificatrice della
Valle Grana.
Esiste una
novella, scritta sul libro “La Valle Grana nei secoli” dell’autore sac. dott.
Ristorto Maurizio, edito da tip. Lit.
Ghibaudo, dove compaiono i nomi di due antichi pani tipici
locali che potrebbero essere riproposti e rivalutati. La leggenda racconta che
un “ pastorello, partendo con il suo gregge per il pascolo, riceve da sua madre
due pani: lu Kulumbet, un pane (bianchissimo)
rotondo per suo cibo, e lu Raviolet,
un pane oblungo (fatto di Barbariato) per il cane “Burel”. Ma l’ingordo ragazzo
mangia i due pani, lasciando senza cibo il fido compagno.
Alla sera,
verso l’imbrunire, si avvicina il lupo e il pastorelle chiede l’aiuto al cane
che gli risponde:
As mingià lu kulumbet e lu raviolet,
uro parte tu dal lubet.
“Hai
mangiato tutto il pane, ora difenditi tu dal lupo”.
In
conclusione è strano che certe volte si ricerchino tipicità locali con
laboriose e lunghe ricerche scritte e orali e non ci si accorga, in
alcuni, che già il nome del luogo dia
precisa informazione delle sue peculiarità.
Si dice che
“Il punto più oscuro è al piede della candela.” Forse è proprio così.
Lucio
Alciati
venerdì 12 luglio 2013
Cuchèt: i sensuali biscotti tipici di Caraglio
Un’anziana contadina , dallo sguardo solare come una tiepida giornata primaverile, un giorno, nel piacevole discorrere delle antiche consuetudini agresti, mi ha narrato una novella dal sapore quasi fiabesco, legata al nostro territorio e alle nostre tradizioni.
Mi ricordo che, nel raccontarla, i suoi occhi ancora freschi e cristallini, brillavano di emozione e contraddicevano le profonde rughe del volto che parevano solchi arati di un campo stanco della stagione passata.
Pressappoco la storia inizia così:
"Un tempo molto lontano in una piccola cascina spersa nella pianura caragliese viveva una minuta ragazzina con la sua matrigna e come tutte le favole di questo Mondo, la matrigna era dispotica e senza cuore.
Abitavano sole e conducevano, non senza fatica, quella piccola fattoria composta da due floride mucche, un grasso porcello, un vecchio asino, alcune ruspanti galline accompagnate da un irascibile gallo e pochi, sfuggevoli, conigli. Più in là, in posizione assolata, tre rustici alveari erano avvolti da ronzanti e operose api e in un capanno vicino, specialmente verso sera, si udiva il brucare vorace dei bachi da seta. Il tutto era controllato da un arruffato cane di razza sconosciuta, guardingo e sospettoso.
Dietro la cascina si estendeva un fazzoletto di terra che era per metà coltivato a mais, cereali, ortaggi, qualche melo Gamba Fina e qualche pero Bure Roca e per l’altra metà adibito a pascolo.
In quel pascolo spiccavano, maestosi, dei gelsi dalla fronda rada come il capo di uomo anziano. Era una condizione dovuta dalla continua raccolta delle foglie, da parte dell’agile ragazzina incalzata dalla tirannica matrigna, indispensabili nell’alimentazione dei famelici "bruchi setaioli" del loro piccolo allevamento."
Un tipo di allevamento molto diffuso nel nostro areale, in quella lontana epoca, e di grande importanza per la parca economia contadina. I bozzoli prodotti dai bachi, chiamati localmente "cuchèt, venivano proficuamente venduti a mediatori o commercianti di passaggio o, più frequentemente, nelle fiere e nei mercati.
Una di queste si teneva a Caraglio ed era a frequentatissima, sicuramente la più importante.
Ed è proprio tale atteso appuntamento che fu causa, quella volta, di questo singolare fatto.
" Era luglio e si avvicinava il giorno della vendita dei bozzoli di seta alla Fiera della Madonna del Castello di Caraglio ma, due giorni prima dell’agognato evento, l’acida matrigna venne avvertita, da certi parenti di Torino, della scomparsa di una sua vecchia sorella e che il funerale si sarebbe svolto proprio il pomeriggio del giorno antecedente la fiera. Il viaggio, allora, era lungo e difficoltoso e non sarebbe riuscita ad arrivare in tempo per preparare i cuchèt per la fiera. Tuttavia sarebbe arrivata nella notte della vigilia della manifestazione e avrebbe potuto presenziare e commercializzare il prodotto in quel giorno fondamentale.
Incaricò quindi, con veemenza condita da qualche sibillina minaccia, la brava ragazzina di occuparsi della raccolta e preparazione dei bozzoli in modo che, al suo arrivo, fossero pronti per il mercato.
La vispa ragazzina, quasi incredula e felicissima di sfuggire per un poco di tempo dall’asfissiante morsa della sua noiosissima matrigna, attese che la nera figura femminile sparì all’orizzonte, poi emise un gran sospiro di sollievo.
Le ore passavano liete e finalmente, dopo lo svolgimento dei lavori che le attendevano, poteva giocare e fantasticare com’era normale per la sua giovanissima età, dimenticandosi, però, completamente dei bozzoli.
Il tempo, senza accorgersene scorreva, scivolava velocemente e il momento del ritorno della vecchia arpia si avvicinava inesorabilmente.
Finché, verso sera, accadde che il cane,scorgendo una volpe gironzolare nei pressi del capanno, si mise ad abbaiare rabbiosamente. La ragazzina svelta, scattò verso l’edificio, entrò e nel vedere i bozzoli ancora da raccogliere si ricordò, con un fremito di paura, della fiera e della matrigna.
Incominciò freneticamente a raccogliere i bozzoli e a disporli nella cesta. Ma, a causa della fretta, nel tragitto verso casa inciampò e , nel cadere, una parte dei bozzoli finì nel ruscello pieno d’acqua. In un batter d’occhio quei cuchét sparirono tra i rapidi flutti.
Ohibò come fare?
Pensa e ripensa l’intelligente fanciulla, tra i pensieri nefasti su cosa poteva succedergli quando la matrigna fosse tornata, gli venne un’idea: magari balzana,forse audace però possibile.
Doveva fabbricare dei bozzoli falsi che ingannassero la vecchia dispotica. Inoltre la megera non aveva la vista buona, non se ne sarebbe accorta.
Prese della farina di mais, che era gialla come i bozzoli e la setacciò.
Aggiunse dei tuorli di uova raccolte dalle galline ormai rintanate nel pollaio per creare l’impasto: se la matrigna si fosse accorta della loro mancanza poteva dare la colpa al rubalizio di una fantomatica volpe.
Però non bastava, l’impasto si disfaceva.
Aggiunse, quindi del miele che aveva nascosto durante la smielatura dei favi.
L’impasto cominciava ad essere consistente ma non era ancora modellabile.
Ci vuole del burro, pensò. Il burro è un buon legante però ce n’era poco e la matrigna si sarebbe accorta… .
Allora munse un poco di latte per mucca, lo versò in un’albarella di vetro e cominciò a sbatterlo finché diventò burro. Il siero avanzato lo avrebbe messo assieme al latte della prossima mungitura così la megera non si sarebbe accorta di niente.
Aggiunse il burro ed ecco che l’impasto diventò lavorabile.
Con quella pasta modellò, sul palmo della mano, dei cuchèt però erano fragili e si sfaldavano. Che fare?
Altro lampo d’ingegno; bisognava cuocerli.
Accese il piccolo forno del pane e lo scaldò ad una temperatura moderata. Non doveva bruciarli o provocare dorature eccessive. Dovevano rimanere gialli come il sole, come i bozzoli veri.Tuttavia i cuchèt non erano solo gialli ma anche bianchi, quindi, con lo stesso procedimento, sostituendo la farina di mais con farina di frumento, ne preparò altri.
Li lasciò cuocere lentamente, li lasciò raffreddare e quelli bianchi, per renderli più candidi e simili ai veri, li passò ancora nella farina di frumento. Infine li mischiò con gli altri cuchèt ben disposti nel cesto, pronti per la vendita.
La matrigna arrivò, stanca, a notte fonda. Lanciò uno sguardo assonnato alla ragazza e ai bozzoli.Non si accorse di niente e se ne andò, brontolando come il suo solito, a dormire.
Il mattino dopo,al canto dell’irascibile e stonato gallo, la vecchia e la bambina si svegliarono già agitate e dopo aver assolto le faccende della fattoria si avviarono alla Fiera di Caraglio, con il prezioso fardello pronto per essere venduto.
La giornata era meravigliosamente serena e il caldo era reso sopportabile da un leggero e piacevole alito di vento.
Già molta gente, vociante e curiosa, affluiva verso la via centrale del paese, tra tante bancarelle e divertimenti, al che la matrigna, a quella vista, squittendo come un topolino pregustava, felice, un buon guadagno.
E in quell’eccitazione espose per bene la sua merce, sempre e comunque rimbrottando la povera fanciulla.
Tutto procedeva al meglio, la matrigna non si era accorta dei cuchèt fasulli. Era quasi fatta.
Ma ecco che, nel momento migliore, a riprova del detto : il "diavolo fa le pentole ma non il coperchio" disgraziatamente si avvicina, alla cesta dei bozzoli, un cane randagio. Questo ne infila il suo umido naso, annusa e addenta un cuchèt e se lo mangia con gusto.
Apriti cielo, la matrigna sbigottita strabuzza gli occhi e capisce al volo che qualcosa non va. Controlla i bozzoli e scopre quelli falsi. Molto simili ma falsi.
Volano urla, strepiti, insulti all’insegna della spaventatissima fanciulla raggomitolata su se stessa in un angolino della piazza.
All’udire quel gran baccano accorse una moltitudine di visitatori e, tra questi, un distinto signore il quale aveva assistito da poco lontano alla drammatica scena. Incuriosito, si chinò sulla cesta dei bozzoli ormai sparsi per terra, afferrò un cuchèt incriminato e lo assaggiò, rimanendo sbalordito dal gusto così buono.
In quel momento, il galantuomo, si accorse che la matrigna, impazzita dalla rabbia, stava levando il braccio verso la sempre più terrorizzata ragazza e la bloccò con decisione e sveltezza.
Si rivolse, con sguardo pacato, alla fanciulla e le propose di assumerla come persona di servizio per la sua grande e nobile casa di Torino. In cambio, però, desiderava che lei continuasse a preparagli quei deliziosi biscotti gialli e bianchi: i Cuchèt di Caraglio.
Lei accettò e da quel dì visse felice e contenta.
La matrigna invece rimase sola con la disperazione di una tetra emarginazione, piena di paure e rimorsi, rimpiangendo il tesoro perduto.
Lucio Alciati
Mi ricordo che, nel raccontarla, i suoi occhi ancora freschi e cristallini, brillavano di emozione e contraddicevano le profonde rughe del volto che parevano solchi arati di un campo stanco della stagione passata.
Pressappoco la storia inizia così:
"Un tempo molto lontano in una piccola cascina spersa nella pianura caragliese viveva una minuta ragazzina con la sua matrigna e come tutte le favole di questo Mondo, la matrigna era dispotica e senza cuore.
Abitavano sole e conducevano, non senza fatica, quella piccola fattoria composta da due floride mucche, un grasso porcello, un vecchio asino, alcune ruspanti galline accompagnate da un irascibile gallo e pochi, sfuggevoli, conigli. Più in là, in posizione assolata, tre rustici alveari erano avvolti da ronzanti e operose api e in un capanno vicino, specialmente verso sera, si udiva il brucare vorace dei bachi da seta. Il tutto era controllato da un arruffato cane di razza sconosciuta, guardingo e sospettoso.
Dietro la cascina si estendeva un fazzoletto di terra che era per metà coltivato a mais, cereali, ortaggi, qualche melo Gamba Fina e qualche pero Bure Roca e per l’altra metà adibito a pascolo.
In quel pascolo spiccavano, maestosi, dei gelsi dalla fronda rada come il capo di uomo anziano. Era una condizione dovuta dalla continua raccolta delle foglie, da parte dell’agile ragazzina incalzata dalla tirannica matrigna, indispensabili nell’alimentazione dei famelici "bruchi setaioli" del loro piccolo allevamento."
Un tipo di allevamento molto diffuso nel nostro areale, in quella lontana epoca, e di grande importanza per la parca economia contadina. I bozzoli prodotti dai bachi, chiamati localmente "cuchèt, venivano proficuamente venduti a mediatori o commercianti di passaggio o, più frequentemente, nelle fiere e nei mercati.
Una di queste si teneva a Caraglio ed era a frequentatissima, sicuramente la più importante.
Ed è proprio tale atteso appuntamento che fu causa, quella volta, di questo singolare fatto.
" Era luglio e si avvicinava il giorno della vendita dei bozzoli di seta alla Fiera della Madonna del Castello di Caraglio ma, due giorni prima dell’agognato evento, l’acida matrigna venne avvertita, da certi parenti di Torino, della scomparsa di una sua vecchia sorella e che il funerale si sarebbe svolto proprio il pomeriggio del giorno antecedente la fiera. Il viaggio, allora, era lungo e difficoltoso e non sarebbe riuscita ad arrivare in tempo per preparare i cuchèt per la fiera. Tuttavia sarebbe arrivata nella notte della vigilia della manifestazione e avrebbe potuto presenziare e commercializzare il prodotto in quel giorno fondamentale.
Incaricò quindi, con veemenza condita da qualche sibillina minaccia, la brava ragazzina di occuparsi della raccolta e preparazione dei bozzoli in modo che, al suo arrivo, fossero pronti per il mercato.
La vispa ragazzina, quasi incredula e felicissima di sfuggire per un poco di tempo dall’asfissiante morsa della sua noiosissima matrigna, attese che la nera figura femminile sparì all’orizzonte, poi emise un gran sospiro di sollievo.
Le ore passavano liete e finalmente, dopo lo svolgimento dei lavori che le attendevano, poteva giocare e fantasticare com’era normale per la sua giovanissima età, dimenticandosi, però, completamente dei bozzoli.
Il tempo, senza accorgersene scorreva, scivolava velocemente e il momento del ritorno della vecchia arpia si avvicinava inesorabilmente.
Finché, verso sera, accadde che il cane,scorgendo una volpe gironzolare nei pressi del capanno, si mise ad abbaiare rabbiosamente. La ragazzina svelta, scattò verso l’edificio, entrò e nel vedere i bozzoli ancora da raccogliere si ricordò, con un fremito di paura, della fiera e della matrigna.
Incominciò freneticamente a raccogliere i bozzoli e a disporli nella cesta. Ma, a causa della fretta, nel tragitto verso casa inciampò e , nel cadere, una parte dei bozzoli finì nel ruscello pieno d’acqua. In un batter d’occhio quei cuchét sparirono tra i rapidi flutti.
Ohibò come fare?
Pensa e ripensa l’intelligente fanciulla, tra i pensieri nefasti su cosa poteva succedergli quando la matrigna fosse tornata, gli venne un’idea: magari balzana,forse audace però possibile.
Doveva fabbricare dei bozzoli falsi che ingannassero la vecchia dispotica. Inoltre la megera non aveva la vista buona, non se ne sarebbe accorta.
Prese della farina di mais, che era gialla come i bozzoli e la setacciò.
Aggiunse dei tuorli di uova raccolte dalle galline ormai rintanate nel pollaio per creare l’impasto: se la matrigna si fosse accorta della loro mancanza poteva dare la colpa al rubalizio di una fantomatica volpe.
Però non bastava, l’impasto si disfaceva.
Aggiunse, quindi del miele che aveva nascosto durante la smielatura dei favi.
L’impasto cominciava ad essere consistente ma non era ancora modellabile.
Ci vuole del burro, pensò. Il burro è un buon legante però ce n’era poco e la matrigna si sarebbe accorta… .
Allora munse un poco di latte per mucca, lo versò in un’albarella di vetro e cominciò a sbatterlo finché diventò burro. Il siero avanzato lo avrebbe messo assieme al latte della prossima mungitura così la megera non si sarebbe accorta di niente.
Aggiunse il burro ed ecco che l’impasto diventò lavorabile.
Con quella pasta modellò, sul palmo della mano, dei cuchèt però erano fragili e si sfaldavano. Che fare?
Altro lampo d’ingegno; bisognava cuocerli.
Accese il piccolo forno del pane e lo scaldò ad una temperatura moderata. Non doveva bruciarli o provocare dorature eccessive. Dovevano rimanere gialli come il sole, come i bozzoli veri.Tuttavia i cuchèt non erano solo gialli ma anche bianchi, quindi, con lo stesso procedimento, sostituendo la farina di mais con farina di frumento, ne preparò altri.
Li lasciò cuocere lentamente, li lasciò raffreddare e quelli bianchi, per renderli più candidi e simili ai veri, li passò ancora nella farina di frumento. Infine li mischiò con gli altri cuchèt ben disposti nel cesto, pronti per la vendita.
La matrigna arrivò, stanca, a notte fonda. Lanciò uno sguardo assonnato alla ragazza e ai bozzoli.Non si accorse di niente e se ne andò, brontolando come il suo solito, a dormire.
Il mattino dopo,al canto dell’irascibile e stonato gallo, la vecchia e la bambina si svegliarono già agitate e dopo aver assolto le faccende della fattoria si avviarono alla Fiera di Caraglio, con il prezioso fardello pronto per essere venduto.
La giornata era meravigliosamente serena e il caldo era reso sopportabile da un leggero e piacevole alito di vento.
Già molta gente, vociante e curiosa, affluiva verso la via centrale del paese, tra tante bancarelle e divertimenti, al che la matrigna, a quella vista, squittendo come un topolino pregustava, felice, un buon guadagno.
E in quell’eccitazione espose per bene la sua merce, sempre e comunque rimbrottando la povera fanciulla.
Tutto procedeva al meglio, la matrigna non si era accorta dei cuchèt fasulli. Era quasi fatta.
Ma ecco che, nel momento migliore, a riprova del detto : il "diavolo fa le pentole ma non il coperchio" disgraziatamente si avvicina, alla cesta dei bozzoli, un cane randagio. Questo ne infila il suo umido naso, annusa e addenta un cuchèt e se lo mangia con gusto.
Apriti cielo, la matrigna sbigottita strabuzza gli occhi e capisce al volo che qualcosa non va. Controlla i bozzoli e scopre quelli falsi. Molto simili ma falsi.
Volano urla, strepiti, insulti all’insegna della spaventatissima fanciulla raggomitolata su se stessa in un angolino della piazza.
All’udire quel gran baccano accorse una moltitudine di visitatori e, tra questi, un distinto signore il quale aveva assistito da poco lontano alla drammatica scena. Incuriosito, si chinò sulla cesta dei bozzoli ormai sparsi per terra, afferrò un cuchèt incriminato e lo assaggiò, rimanendo sbalordito dal gusto così buono.
In quel momento, il galantuomo, si accorse che la matrigna, impazzita dalla rabbia, stava levando il braccio verso la sempre più terrorizzata ragazza e la bloccò con decisione e sveltezza.
Si rivolse, con sguardo pacato, alla fanciulla e le propose di assumerla come persona di servizio per la sua grande e nobile casa di Torino. In cambio, però, desiderava che lei continuasse a preparagli quei deliziosi biscotti gialli e bianchi: i Cuchèt di Caraglio.
Lei accettò e da quel dì visse felice e contenta.
La matrigna invece rimase sola con la disperazione di una tetra emarginazione, piena di paure e rimorsi, rimpiangendo il tesoro perduto.
Lucio Alciati
lunedì 22 aprile 2013
Il vino di Merola e il Morsano di Caraglio
Domenica prossima, dopo un rinvio ancorché sofferto ma intelligente
a causa di
forte maltempo, si svolgerà, finalmente, l’attesa seconda edizione della
fortunata manifestazione “Caraglio è Caraglio: vetrina dell’ingegnosità, della
creatività, dell’operosità e accoglienza del nostro ridente paese sub alpino.
Tale manifestazione è nata, sostituisce oppure prosegue, a dir si voglia, la
decennale “ Festa del vin da stop (stup)”. Festa che originava nell’intento
propositivo della rivalorizzazione dell’antica tradizione popolare contadina,
ben radicata nel nostro territorio, della conservazione del vino, tramite l’
imbottigliamento, per quei momenti importanti della vita famigliare che
segnavano l’anno che scorreva.
Una consuetudine generata nell’arcaico tempo e che la lega al rito lunare,
unito alla sacralità e alla magia della Pasqua.
Ma l’obbiettivo prefissato dagli organizzatori non era solo questo. Lo scopo
era anche quello di far conoscere quanto era consolidata e importante, da
secoli, da millenni,l’eno-viticoltura nell’economia locale, con immense aree
coltivate a vite tali da creare un panorama molto diverso da adesso. Uno
scenario che ora si vede in pochi posti delle Langhe e dell’Astigiano,
caratterizzato da lunghi e rigogliosi filari che coprivano interamente la
collina del Castello e la pianura, sino alle sponde del torrente Grana.
Della presenza, a Caraglio, della vite e della sua coltivazione si hanno
cenni antichi. Il ritrovamento di fossili di semi e foglie di questa pianta,
la scoperta negli scavi archeologici di S.Lorenzo di Caraglio di un reperto
romano di terracotta raffigurante un tralcio e dell’uva. La notizia tramandata
dalle cronache di Cuneo di Dalmazzo Grasso (1484-1570) in cui si narra dell’
eccezionale raccolta di uve da parte di contadino caragliese. E così via fino a
qualche decennio fa dove il vino caragliese acquisisce il nome “Merola”. La denominazione
dell’unico luogo dove, come un residuo di un antico ghiacciaio, resistono,
con altre e rare solitarie realtà collinari, poche e ordinate vigne.
Un nome che evoca, nei caragliesi, una certa spigolosità e una spiccata
rudezza tipica dei vini d’alpe. Certamente difficile da domare, sia nella
vinificazione, nella conservazione, che nell’approccio.
Però questi vini sono ricchi in polifenoli e di revesterolo (note molecole
antiossidanti e cardiobenefiche) data l’ubicazione in altitudine dei loro impianti (più vicini al
sole), meno alcolici e più dissetanti.
Era nota l’abitudine, peculiare dei nostri luoghi, di aggiungere delle mele mature nella vinificazione delle uve, per aumentare il grado zuccherino e aromatizzare il mosto. Anche la
conservazione era particolare. Data l’irrequietezza e la poca stabilità del
vino durante il caldo periodo estivo le bottiglie venivano interrate (lasciando
solo il collo fuori), perfettamente sigillate con cera o ceralacca, in luoghi ombrosi e nascosti dell’orto o in cantina o in sabbia .
Se poi l’annata non era stata favorevole, era uso consumare tale vino
addolcendolo e insaporendolo con delle foglie di melissa.
Tuttavia il Merola, come detto, è un nome dato recentemente e identifica il
suo superstite territorio di coltivazione e non è un vitigno ma un
assemblaggio di diverse varietà d’uva. Il vero vino caragliese derivava da uno
specifico vitigno caragliese chiamato “Morsano di Caraglio” appartenente alla
famiglia dei nebbioli piemontesi. La notizia della sua esistenza l’ho appresa
consultando un’interessante, completa e voluminosa opera scritta e curata da Girolamo
Molon e intitolata: Ampelografia – descrizione delle migliori varietà di viti per uve da vino, uve da tavola, porta-innesti e produttori diretti, Volume 2, edito dalla Hopeli nel 1906.
forte maltempo, si svolgerà, finalmente, l’attesa seconda edizione della
fortunata manifestazione “Caraglio è Caraglio: vetrina dell’ingegnosità, della
creatività, dell’operosità e accoglienza del nostro ridente paese sub alpino.
Tale manifestazione è nata, sostituisce oppure prosegue, a dir si voglia, la
decennale “ Festa del vin da stop (stup)”. Festa che originava nell’intento
propositivo della rivalorizzazione dell’antica tradizione popolare contadina,
ben radicata nel nostro territorio, della conservazione del vino, tramite l’
imbottigliamento, per quei momenti importanti della vita famigliare che
segnavano l’anno che scorreva.
Una consuetudine generata nell’arcaico tempo e che la lega al rito lunare,
unito alla sacralità e alla magia della Pasqua.
Ma l’obbiettivo prefissato dagli organizzatori non era solo questo. Lo scopo
era anche quello di far conoscere quanto era consolidata e importante, da
secoli, da millenni,l’eno-viticoltura nell’economia locale, con immense aree
coltivate a vite tali da creare un panorama molto diverso da adesso. Uno
scenario che ora si vede in pochi posti delle Langhe e dell’Astigiano,
caratterizzato da lunghi e rigogliosi filari che coprivano interamente la
collina del Castello e la pianura, sino alle sponde del torrente Grana.
Della presenza, a Caraglio, della vite e della sua coltivazione si hanno
cenni antichi. Il ritrovamento di fossili di semi e foglie di questa pianta,
la scoperta negli scavi archeologici di S.Lorenzo di Caraglio di un reperto
romano di terracotta raffigurante un tralcio e dell’uva. La notizia tramandata
dalle cronache di Cuneo di Dalmazzo Grasso (1484-1570) in cui si narra dell’
eccezionale raccolta di uve da parte di contadino caragliese. E così via fino a
qualche decennio fa dove il vino caragliese acquisisce il nome “Merola”. La denominazione
dell’unico luogo dove, come un residuo di un antico ghiacciaio, resistono,
con altre e rare solitarie realtà collinari, poche e ordinate vigne.
Un nome che evoca, nei caragliesi, una certa spigolosità e una spiccata
rudezza tipica dei vini d’alpe. Certamente difficile da domare, sia nella
vinificazione, nella conservazione, che nell’approccio.
Però questi vini sono ricchi in polifenoli e di revesterolo (note molecole
antiossidanti e cardiobenefiche) data l’ubicazione in altitudine dei loro impianti (più vicini al
sole), meno alcolici e più dissetanti.
Era nota l’abitudine, peculiare dei nostri luoghi, di aggiungere delle mele mature nella vinificazione delle uve, per aumentare il grado zuccherino e aromatizzare il mosto. Anche la
conservazione era particolare. Data l’irrequietezza e la poca stabilità del
vino durante il caldo periodo estivo le bottiglie venivano interrate (lasciando
solo il collo fuori), perfettamente sigillate con cera o ceralacca, in luoghi ombrosi e nascosti dell’orto o in cantina o in sabbia .
Se poi l’annata non era stata favorevole, era uso consumare tale vino
addolcendolo e insaporendolo con delle foglie di melissa.
Tuttavia il Merola, come detto, è un nome dato recentemente e identifica il
suo superstite territorio di coltivazione e non è un vitigno ma un
assemblaggio di diverse varietà d’uva. Il vero vino caragliese derivava da uno
specifico vitigno caragliese chiamato “Morsano di Caraglio” appartenente alla
famiglia dei nebbioli piemontesi. La notizia della sua esistenza l’ho appresa
consultando un’interessante, completa e voluminosa opera scritta e curata da Girolamo
Molon e intitolata: Ampelografia – descrizione delle migliori varietà di viti per uve da vino, uve da tavola, porta-innesti e produttori diretti, Volume 2, edito dalla Hopeli nel 1906.
Pubblicazione ora
depositata presso la biblioteca internazionale "La Vigna"
(Centro di Cultura e Civiltà Contadina) di Vicenza e visionata
grazie alla disponibilità della prof.sa Alessandra
Balestra, curatrice della suddetta importante struttura. In tale opera si fa cenno di
questo vitigno tutto nostrano e che popolava i nostri antichi vigneti.
Una buona notizia che può regalare ottime prospettive per il nostro paese.
La ricerca continua, si sta recuperando del materiale da antiche vigne locali
grazie alla preziosa disponibilità dei proprietari e, nel contempo, per
ricordare ai prossimi ho in progetto,nelle mie possibilità e se trovo collaborazione, l’elaborazione di una pubblicazione che raccolga le testimonianze dei nostri reduci e coraggiosi viticoltori, ormai solitarie sentinelle di una grande tradizione.
Saranno gli ultimi? Io credo, io spero di no.
Balestra, curatrice della suddetta importante struttura. In tale opera si fa cenno di
questo vitigno tutto nostrano e che popolava i nostri antichi vigneti.
Una buona notizia che può regalare ottime prospettive per il nostro paese.
La ricerca continua, si sta recuperando del materiale da antiche vigne locali
grazie alla preziosa disponibilità dei proprietari e, nel contempo, per
ricordare ai prossimi ho in progetto,nelle mie possibilità e se trovo collaborazione, l’elaborazione di una pubblicazione che raccolga le testimonianze dei nostri reduci e coraggiosi viticoltori, ormai solitarie sentinelle di una grande tradizione.
Saranno gli ultimi? Io credo, io spero di no.
Lucio Alciati
Iscriviti a:
Post (Atom)







