lunedì 22 aprile 2013

Il Marrone di Caraglio ritrovato.



Le castagne a Caraglio, come in tutte le altre valli e luoghi circostanti, hanno avuto un ruolo fondamentale nella passata economia e, in molti casi, nella sopravvivenza famigliare.

Su di loro sono nate ricette, aneddoti,mercati e manifestazioni, narrazioni e proverbi che hanno tipicizzato i luoghi della sua coltura.

Ad esempio, nel caragliese, uno di questi proverbi diceva che A San Lorens la castagna dovesi grosa coma na grana ‘d frument” (A S.Lorenzo -10 agosto-la castagna doveva essere grande come un seme di grano) a significare che, se era così, l’annata scorreva favorevole e nel giusto ritmo naturale.

Oppure le vecchie ricette, semplici, di come cucinare le castagne.

Bollite, fresche, in acqua bollente un poco salata, pelate o con la buccia(barote), arrostite (mondai) lasciandole covare, avvolte in una coperta e consumate, dopo la cena, specialmente nella serata dedicata alla recitazione del rosario, coi parenti, per i propri defunti nell’appuntamento annuale a loro dedicato ( 2 novembre) In tale occasione era tradizione lasciare, per la notte seguente, sul tavolo della cucina un poco di “mondai” e un bicchiere di vino novello locale chiamato “Merola” perché proveniente dalle vigne locali (Merola era , ed è ancora adesso, il luogo di coltivazione di queste viti)per i morti che ritornavano in visita dall’aldilà. Curiosa era la creazione di rosari usando le castagne. E, ancora lessate (quelle essiccate nei secou-seccatoi per il consumo invernale), chiamate “bianche”, nella “bronza” (paiolo di bronzo)sempre in acqua, poi scolate e stufate nella stessa bronza, coperte da pezzi di giornale cosicché assumevano una crosta superficiale croccante. Venivano poi gustate accompagnate da un mestolo di latte freddo con poco sale. Una ricetta tipica della sua valle (la Valle Grana) erano le “liguéttes” ovvero le medesime castagne secche bianche cotte con poca acqua, per ore, sulla stufa fino ad assumere una consistenza morbida. Si mangiava pure il brodo di cottura e si diceva che il gusto pareva cioccolata.

Anche il mercato serale (quello caragliese è uno dei più antichi ed importante del cuneese) era ed è, attualmente in minor misura,economicamente e socialmente utile per gli scambi cultural-colturali che si manifestano in tale occasione. Esistono mercuriali locali,della prima metà dell’ottocento, in cui vengono quotate le castagne “ in emine” (antica misura).

E le feste conosciute come “castagnate” le quali coinvolgono molte persone, nel periodo autunnale. A Caraglio è tradizione, da molto tempo, festeggiare la castagna arrostendola in piazza la terza settimana d’ottobre per distribuirla poi ai numerosi avventori, tra il fumo acre del fuoco di cottura. Alcuni anni fa, nell’ambito di tale festa, si esponeva una mostra di antiche varietà di castagne e di prodotti da lei derivati. Si era iniziata la rivalorizzazione e promozione della castagna Siria, tipica di Caraglio e della Valle Grana, ottima come caldarrosta , squisita essiccata: integra o in farina per dolci e pani speciali. Attualmente, tale festa è legata all’appuntamento autunnale della manifestazione “di Filo in Lana”, dedicata alla lana e ai suoi tessuti.

Tuttavia il castagno non donava solo le provvidenziali castagne. Infatti il suo legno era usato per la fabbricazione delle ceste-cestini-sabaco (cesta da spalla) utilizzando i ricacci (le scobie), cotti nel forno, pelati e tagliati a listarelle. Il valore calorico di questa legna era modesto a causa dell’eccessivo contenuto di tannino per cui era indispensabile il taglio, lo spacco dei ceppi e dei tronchi e la loro esposizione alla pioggia,per diverso tempo, affinché questa spurgasse l’abbondante acido. Ma il tannino si dimostrava utile nella preservazione dei pali e le attrezzature contadine, fabbricati con quel legno, dai marciumi e dall’usura.

Come i tini, le botti, i mastelli, i mobili, le travi, le bigonce, le mangiatoie per i bovini, ecc. Infine, quel tannino, era una anche una risorsa economica in quanto il legno di castagno (specialmente quello selvatico) veniva venduto alle officine di estrazione di tale principio per l’industria chimica.

Le varietà di castagno da frutto coltivate, in antichità e ancora ora (esistono esemplari di 500 anni di età) nel territorio caragliese, in particolar modo sulle colline delle frazioni di Paniale, di Bottonasco, del Castello, di Paschera S.Carlo e, specialmente, nella conosciuta e vocata Vallera, erano:

le Tempurive,le Cervaschine (una variante delle Tempurive), le Rubiere, le Sirie (per la produzione della castagna secca e bianca), i Gentili, i Garroni rossi e neri, le Brunette, le Rossette, le Pajasse (un’antichissima varietà con pochissimi esemplari viventi), le pelose (ottime bollite) oltre a quelle di recente impianto (Bracalle).

Tuttavia pochi, anzi pochissimi, oggi, sono a conoscenza che nei boschi della Vallera di Caraglio veniva coltivato e, spero viva ancora, un ottimo marrone locale: il delizioso Marrone di Caraglio.

La sua storia è affascinante per le qualità eccezionali che gli erano riconosciute e per l’importanza internazionale che ha avuto non più di un secolo fa. Ma, nel contempo, triste e sfortunata per le storture e confusioni linguistiche che lo hanno relegato nel limbo dei dimenticati, nella notte senza luce.

La ricerca è stata, ed è tutt’ora appassionante, come la lettura di un libro che racconta di un vanto, di un’eccellenza perduta e piacevolmente ritrovata. Come recita il motto del casato che porta il mio cognome: “le tort ne dure” – il torto non dura. Una ricerca che, spero, porti alla sua riscoperta con l’identificazione di un qualche testimone ancora vivente in questi magnifici boschi. La storia, quindi,continua.

Essa inizia quando, grazie alla segnalazione di un amico (Aurelio Pellegrino) che mi informò di una pubblicazione del 1917, riedita nel 1934, intitolata: “Les plantes alimentaire chez tous les peuples et a travers le age” scritta da Désiré Bois su cui veniva citato: Le Marron de Vallere de Caroglio, d’Italie” descrivendolo in tal modo: “ est aussi un fruit de grandes dimensiones, excellent pour le table et pour l’industrie; sa chair est ferme e trés sucrée”.

E’ evidente storpiatura linguistica del nome di provenienza del marrone.A parte la stretta assonanza si citano le Vallere, luogo specifico di Caraglio. Inoltre la località Caroglio pare, da una ricerca internet, non esista sul territorio italiano.

Continuando l’indagine ho appreso, dalla pubblicazione “Tra i castagni del cuneese” redatta ad opera del prof. Giancarlo Bounous con la collaborazione di Anna De Guarda Bounous, edita da Metafore di Cuneo, che nell’opera di Figiani del 1919 l’autore cita un Marrone di Garoglio descrivendolo “frutto brillante, bruno rosso chiaro a raggi regolari e ben netti; punta piccola e poco pelosa; stilo corto, cicatrice media a contorno irregolare, buccia di medio spessore, spesso con crepature orizzontali; pellicola sottile; polpa dura, molto zuccherina”. Una descrizione che ricalca quella espressa dal Désiré Bois e dal nome simile ma ancora ulteriormente storpiato (la G invece della C) che riporta al nome di Caraglio anche perché la località citata in quel modo pare che esista neppure sul territorio cuneese (neanche italiano).

Ma, finalmente, la prova provata che il marrone citato dalle suddette pubblicazioni si riferiva al dolce Marrone di Caraglio viene dalla scoperta del catalogo della esposizione e congresso intitolato ; “Châtaigne et châtaignier, exposition, congrés, di Limoges”avvenuta il 29-30-31 ottobre-1-2 novembre 1910, edito dalla Société Gay Lussac, dove viene citata, in modo corretto, la provenienza caragliese dell’eccellente marrone suddetto, descrivendolo in tal modo “ Chair ferme et tré sucrée, Bogne ayant parfois jusqu’à trois fruits de premiere grosseur: Arbré cultivé à Caraglio, province de Cuneo. Le maron est une sous –varieté de Sardonne trés appreciée des confiseurs et des gourmets – Italie.” Dove, anche qua la descrizione e perfettamente simile alle già succitate.

Da quell’esposizione di Limoges il nome di Caraglio venne storpiato in Caroglio e successivamente in Garoglio, relegando in tal modo,ingiustamente, quel ricercatissimo marrone, nell’orfanotrofio dell’eccellenze maldestramente perse per errore umano.

Lucio Alciati


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